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ESSERE MADRE IN AFRICA

L’ambiente africano rappresenta una grande sfida per l’esistenza umana. La vita è continuamente minacciata da malattie, siccità, carestie, inabilità fisiche. Pure le condizioni economiche e sociali del passato e del presente, dalla tratta degli schiavi al colonialismo, dalle guerre per le materie prime alla scarsità di comunicazioni e servizi, contribuiscono a rendere dura la vita quotidiana.

Capita quindi che in molti popoli africani i figli siano considerati come una benedizione di Dio, una protezione contro l’incertezza delle malattie, degli imprevisti, della vecchiaia.

Una donna che presenta delle difficoltà ad avere dei bambini può consultare uno specialista, chiamato babalawo tra gli Yoruba della Nigeria.

Avere dei bambini è così importante che, diversi popoli hanno prodotto delle bambole che hanno la funzione di propiziare la fertilità, di aiutare le donne a restare incinta.

Alla donna africana la tradizione assegna i ruoli di madre, nutrice, fonte di generazioni. Ancora oggi nei villaggi il successo di una donna si misura sul numero di figli cresciuti. La sterilità, al contrario, segna spesso il fallimento della propria vita. Avere un figlio non è solo un problema di coppia, ma è una questione che richiede l’aiuto degli antenati e degli spiriti, considerati sempre presenti nella vita delle persone.

Come risultato, nell’arte tradizionale africana gli scultori hanno incoraggiato la fertilità della donna attraverso numerose sculture.

Le forme più ricorrenti sono quelle di una figura femminile seduta con il bambino al seno, oppure inginocchiata o in piedi con il piccolo sul dorso.

In genere le effigi delle maternità sono figure mitiche: l’”antenata madre” o “il grande fiume che dà nutrimento”; oppure raffigurazioni di personaggi storici, come le regine.

Così, molte famiglie africane sono numerose, perché non sono composte solo dai figli e dai genitori, ma, essendo diffusa la poligamia, comprendono parecchie discendenze e diverse generazioni: i nonni, gli zii, i cugini. Oltre ai vivi, ne fanno parte anche gli spiriti degli antenati e dei bambini non nati.

 

ARTE PER CURARE

In Africa molti oggetti d’arte sono creati da persone che ritengono che gran parte dei fatti della vita ed il loro significato siano determinati dal mondo soprannaturale.
Le benedizioni o le maledizioni degli spiriti possono determinare la differenza tra successo e fallimento, salute o malattia, pace o conflitto.
La stretta relazione tra cura e religione in Africa è ben illustrata dalla credenza comune che la separazione del benessere fisico da quello spirituale possa causare seri danni ad un individuo o ad una comunità. Di conseguenza l’interazione tra uomini, spiriti e divinità è necessaria alla salute ed alla prosperità.
Lo spazio che separa il dio creatore, l’Essere Supremo, dall’uomo è riempito da una serie di mediatori, inferiori a Dio e superiori all’uomo. Si tratta di divinità minori, di spiriti secondari, incaricati dall’Essere Supremo di compiere determinate funzioni nel mondo e presso gli uomini. Hanno corpo e temperamenti umani (sono contenti, gelosi, generosi, vendicativi, a seconda dei casi) e sono destinatari di preghiere e sacrifici.

Anche gli antenati hanno un ruolo importante per i popoli africani. La presenza attiva degli antenati nella comunità dei vivi è vitale per il mantenimento del loro ricordo. Dal momento che il loro intervento spesso causa e cura afflizioni, gli antenati hanno un ruolo importante nelle arti delle guarigioni.
Gli antenati – chiamati anche morti-vivi – sono viventi di un genere particolare. La morte non ne ha alterato la personalità, la natura; solo il loro modo di vita è cambiato. Abitano nell’altro villaggio, in una condizione privilegiata. Avendo vissuto la vita terrena e avendola portata a termine, conoscono meglio di chiunque la condizione umana ed i bisogni degli uomini. Per questo vengono invocati in caso di bisogno.
Se l’antenato appartiene al mondo dei morti, è pur vero che in ogni comunità è presente uno specialista, l’uomo di medicina, che si pone tra la comunità e Dio. Chiamato babalawo tra gli Yoruba della Nigeria e nganga nell’Africa Centrale egli corrisponde al sacerdote, al rabbi o all’imam delle tre grandi religione monoteiste, ed è colui che aiuta gli individui a trovare delle soluzioni ai problemi in caso di necessità. Una donna lo può consultare quando presenta delle difficoltà ad avere dei bambini.
Un padre ne chiederà l’aiuto se il figlio non riesce a crescere sano oppure se la famiglia è colpita da una malattia, una carestia nei raccolti o un incidente.

In molte lingue di origine Bantu parlate in Africa Centrale e Orientale il concetto di salute è associato a quello di equilibrio, purezza, calma, ordine, resistenza e forza.
Al contrario la malattia è legata a conflitto, sporcizia, ira, confusione, disgrazia, sofferenza.
Tra i popoli Kongo i minkìsi rappresentano un particolare aspetto della loro arte. Nei villaggi per una persona adulta il successo è misurato dall’abilità a trovare un partner, crescere una famiglia, provvedere ai bambini che garantiranno la sopravvivenza della famiglia stessa per le generazioni future.

Ogni adulto è avvolto da preoccupazioni legate alla salute dei bambini, alla sua capacità di procurarsi i mezzi per vivere, a curare la sua salute e quella del partner, alle numerose incertezze cui occorre far fronte nel corso della vita.
Per un uomo o una donna Baulé della Costa d’Avorio avere un matrimonio duraturo, crescere tanti figli, sostenere la propria famiglia è un problema serio; da qui la massiccia produzione di statue maschili e femminili che rappresentano gli sposi dell’al di là.

In conclusione, le arti africane sono spesso usate per onorare, imitare o invocare esseri soprannaturali, per costruire un ponte tra umano e divino che garantisca benessere e prosperità e contrasti o attenui le sofferenze ed il dolore.

ARTE E POTERE

In Africa i sistemi di governo variano assai: da stati totalmente centralizzati a singoli villaggi semi indipendenti. I primi hanno un capo, o un re, al vertice di una burocrazia articolata. I secondi, più democratici, hanno un consiglio degli anziani, organo rappresentativo di tutte le famiglie, che prende le decisioni sulla vita della comunità. Ci sono anche numerose etnie in cui manca del tutto un’organizzazione politica, o almeno un’autorità al di là della famiglia.

Una caratteristica comune ad ogni governante è la capacità di caricare di significati simbolici oggetti d’uso quotidiano come sedili, copricapi, teste ritratto, pipe.
Gli oggetti d’arte, come i numerosi e multiformi scettri Fon, aiutano i leader nel loro compito di esercitare influenza su altre persone, sia in ambito morale che spirituale, militare, economico sociale, politico.

Quando le forme d’arte hanno lo scopo di elevare il governante ad una posizione superumana, o di affermare la continuità della dinastia, si parla d’arte di corte.
Essa ha il compito di commemorare particolari eroi, comandanti, eventi ; non solo, anche quello di sostenere status, posizione, ricchezza e potere di chi comanda.

Alcuni oggetti inoltre rivelavano la nobiltà della persona non solo in vita, ma anche dopo la morte. Nell’impero Fon del Dahomey del Ghana, le statue reali erano poste sugli altari dedicati agli antenati, tra i Kongo dell’attuale Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) le statue in pietra di capi o dignitari dei villaggi erano collocate sulle tombe dopo la loro morte.

MASCHERE

Nel mondo africano la maschera è uno strumento che permette di allontanare le forze malvagie, richiamare o trattenere quelle benefiche presenti nel mondo.

Le maschere sono usate in momenti forti della vita dei popoli; attraverso di loro si manifesta uno spirito protettore, un antenato fondatore del clan, le energie della natura; per queste ragioni solo i danzatori hanno il permesso di indossarle e di utilizzarle.

Nei riti d’iniziazione dei giovani alla vita adulta, la maschera ha il compito di trasmettere le conoscenze del sapere tradizionale e le regole di comportamento nella comunità attraverso la rappresentazione drammatica di miti e storie.

Nelle società segrete, organizzazioni militari e giudiziarie governate da un consiglio dei notabili, le maschere  incarnano spesso spiriti della foresta oppure antenati che si credevano presenti alle cerimonie sociali e religiose che regolavano la comunità: esse avevano il potere di intervenire nella vita degli uomini in varie situazioni. In particolare nelle società dei guerrieri, la maschera “da corsa”, è stata usata per spaventare il nemico.

Nei culti agrari e di fertilità la maschera ricorda il tempo mitico in cui furono insegnate agli uomini le tecniche agricole; compare nei riti celebrati nelle stagioni della semina e del raccolto, come avviene per la maschera “Mwana Pwo dei Chokwe (hyperlink a 39 MASCHERA CHOKWE).

Nei riti di guarigione sono invocati gli antenati, considerati dei ponti tra l’Essere Supremo e gli uomini.

Nei funerali la maschera raccoglie le forze della natura che la morte ha spezzato.
La morte provoca una rottura dell’equilibrio nella comunità; durante il rito la maschera deve neutralizzare e ordinare queste forze, perché tutto rientri nella normalità.

Spesso le funzioni delle maschere non sono ben definite; risulta difficile fare delle distinzioni nette perché esse posso intervenire in cerimonie diverse. È questo il caso delle maschere Gelede degli Yoruba.